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  22/06/2018 23:52


“La legge della fraternità”. Ne parla il cardinale Gualtiero Bassetti nel suo l’ultimo articolo pubblicato da Il Settimanale de «L’Osservatore Romano» riflettendo sull’esperienza della Comunità di Nomadelfia, testimone della fraternità cristiana del nostro tempo



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«Tra le tante cause della cosiddetta società liquida vi è sicuramente quell’elemento decisivo descritto da alcuni psicologi come la “morte del padre”. Senza dubbio la progressiva marginalità della figura paterna è un’assenza “inaccettabile” – così l’ha definita Claudio Risè – che s’intreccia a filo doppio con la grande questione della crisi dell’autorità nelle società moderne». Così esordisce il cardinale arcivescovo di Perugia-Città della Pieve Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, nel suo ultimo articolo della rubrica “Dialoghi” de Il Settimanale de «L’Osservatore Romano», in edicola venerdì 22 giugno, consultabile anche sul sito: www.osservatoreromano.va . «Accanto al ridimensionamento della figura paterna – prosegue il cardinale – bisogna però aggiungere un’altra grande assenza: la mancanza della figura del fratello».

Perché tutti fratelli?

«Di recente in una parrocchia della mia diocesi, con i bambini che si avviavano alla cresima commentavo il passo del vangelo di Matteo (23, 8) in cui Gesù esortava i suoi discepoli a ricordare che “uno solo” è il maestro e gli altri sono “tutti fratelli”. A queste mie semplici parole, uno dei ragazzi mi ha chiesto che cosa significasse la parola “fratello”. Ben presto mi sono reso conto che molti dei bambini, anche quelli che lo sapevano, in realtà non ne conoscevano il senso perché erano tutti figli unici».

Fraternità come cultura del dialogo, carità e aiuto reciproco.

«Questo piccolo episodio – evidenzia il presule – rappresenta uno spaccato reale del mondo contemporaneo, drammatica metafora del nostro tempo: quello di essere una società non solo di figli unici, ma di individui isolati, che vivono uno accanto all’altro in solitudine, spesso mal tollerandosi, il più delle volte sconosciuti e che hanno perso del tutto il significato del concetto di fraternità. Mi riferisco a una fraternità autentica, realmente vissuta, frutto di una cultura dell’incontro da cui poi scaturiscono il dialogo, la carità e l’aiuto reciproco».

Se ogni uomo è fratello, la fraternità va espressa e condivisa in concreto.

«Tutte queste caratteristiche sono invece ben presenti nella comunità di Nomadelfia – scrive Bassetti –, dove la “fraternità è legge”. Grazie a un’intuizione formidabile di don Zeno Saltini che un settantennio fa aveva intuito il dramma dell’uomo moderno e cercato di fornire una risposta proponendo un modo di vivere il cristianesimo ispirato alle prime comunità apostoliche. Ogni uomo è fratello – sosteneva don Zeno – perché in ogni uomo scorre il sangue di Cristo che ci ha redenti. E se siamo tutti fratelli questa fraternità va espressa e condivisa in concreto. Fortemente criticata e combattuta, la comunità di Nomadelfia è riuscita però a crescere e a svilupparsi seguendo lo spirito del suo fondatore, “audace quanto temerario e nello stesso tempo tanto temerario quanto fedele” come disse padre Turoldo. L’audacia della carità e la fedeltà del credente: sono queste le caratteristiche della figura di don Zeno che lo accomunano agli altri “preti scomodi” ora valorizzati da papa Francesco».

L’attualità della fraternità cristiana.

«Tuttavia, l’importanza della comunità di don Zeno va ben oltre il significato, pur importante, della sua esperienza storica. Come ha infatti sottolineato il pontefice della sua visita, «Nomadelfia è una realtà profetica che si propone di realizzare una nuova civiltà, attuando il Vangelo come forma di vita buona e bella». La più grande eredità dell’intuizione di don Zeno consiste dunque nella grande attualità della fraternità cristiana vista come una proposta concreta e realizzabile».  

«Mai come oggi, infatti, quando la società si polverizza fino a diventare liquido – conclude il cardinale –, abbiamo la necessità di recuperare la centralità di questa proposta. Dove sembrano svilupparsi solo muri di divisione e barriere di inimicizia, odi e rancori sociali, ecco che si stagliano la bellezza e la fecondità di un rapporto con l’altro visto come un fratello e non come un nemico. Un rapporto fecondo che porta con sé almeno due frutti preziosi. Innanzitutto, il ridimensionamento delle pretese superomistiche dell’uomo moderno. E poi la valorizzazione della condivisione fraterna».




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