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  06/04/2018 15:32


Intervento del cardinale Bassetti alla presentazione del libro di Andrea Riccardi "Tutto può cambiare, Conversazioni con don Massimo Naro".



Lo sguardo del samaritano di S. Em. Card. Gualtiero Bassetti

Carissimi amici e amiche,  l’incontro di oggi non vuol certo essere un momento commemorativo che guarda al passato con un po’ di nostalgia e di malcelata ingenuità – strizzando gli occhi a quello che Andrea Riccardi ha definito “il mito delle origini” – e neanche un evento celebrativo, a tratti agiografico, che si rivolge ad un futuro prossimo con quel sentimento, genuino ma fuorviante, dell’essere umano che pensa di aver scritto la storia. La storia, come è detto bene nel volume, è sempre guidata dal Signore. Agli uomini, però, spetta il compito, con la loro libertà, di agire nel “flusso della storia” con le opere e con la preghiera.

Questo pomeriggio, pertanto, presentando questo libro, svolgiamo una riflessione sull’oggi della Chiesa: sia perché la Comunità di Sant’Egidio è parte integrante e costitutiva del corpo vivo della Chiesa: e sia perché siamo ben consapevoli che questo “oggi” ha un passato ben definito – di cui conosciamo le coordinate anche attraverso questo libro – ma un futuro ancora tutto da scrivere, di cui noi non possiamo prevedere alcunché. Su questo futuro abbiamo però una certezza, esemplarmente rappresentata da una frase stupenda di padre Alexandr Men’: “La storia del cristianesimo non fa che cominciare”. Che significa: tutto quello che abbiamo visto nel corso della storia non è altro che “l’insieme di tentativi” per realizzare il cristianesimo. Ma il cristianesimo non si esaurisce con l’Editto di Milano o il Concilio di Trento perché, come diceva il martire russo, “la freccia del Vangelo ha per bersaglio l’eternità”.

Vorrei partire da questa citazione di padre Alexandr Men’, che Andrea Riccardi inserisce alla fine del volume, per tracciare una mia personale lettura di questo volume, che ci aiuta a capire, come ho già anticipato, sia la storia della Comunità di Sant’Egidio che la storia della Chiesa in questi ultimi 50 anni: ovvero dal Concilio Vaticano II ai giorni nostri. Una storia simile, per certi aspetti, a molte realtà ecclesiali che fioriscono in quel tempo fecondo – un tempo ricco di aspettative e di “pensieri lunghi” sul mondo – ma con alcuni elementi di originalità che nel, corso del tempo, hanno sempre di più caratterizzato Sant’Egidio. Ne vorrei evidenziare, in questo mia breve riflessione, solo tre. Tre elementi non esaustivi ma senza dubbio tra i più importanti e tutti intimamente legati tra loro: la comunità, i poveri, la pace. “La comunità era ed è – afferma Riccardi – una scelta di campo”. “Per questo motivo, il lavoro per i poveri diventa, nel vissuto dei membri della Comunità, un lavoro con i poveri. I poveri sono il campo di vita della comunità”. I poveri, cioè, non sono qualcosa di distinto e di distante dalla vita della comunità, che in modo paternalistico se ne prende cura nei tempi prestabiliti, ma sono parte integrante della vita della comunità. Di una comunità di fratelli e sorelle nella fede che ha nel Vangelo “la risorsa principale” e la “sorgente” da cui tutto discende; nell’Eucarestia “il centro della vita comunitaria”; e nella preghiera, anzi, nella “preghiera samaritana” lo strumento e il presupposto di ogni azione sociale. Perché come è scritto acutamente “la preghiera cristiana presuppone la laicità dell’azione, che vuol dire riconoscere il valore della medicina, puntare alla valorizzazione del sapere scientifico, coltivare una visione realistica delle cose, senza alienarsi in pratiche superstiziose e perciò fatalmente inefficaci”.

Tutto questo prende forma nella parabola del samaritano. In quella parabola, la persona che si ferma e si prende cura del malcapitato ai bordi della strada lo fa per un solo motivo afferma Riccardi: “perché ha un collirio particolare, che è il collirio della commozione”. Lo sguardo e le gesta di quel samaritano sono stati, come ha detto Paolo VI, “il paradigma spirituale del Concilio” e, aggiungo io, sono ancora oggi il paradigma pastorale di questo pontificato. In quello sguardo così controcorrente, così poco avvezzo alle consuetudini umane, ma così profondamente cristiano tanto da ribaltare ogni ipocrita norma culturale io ravvedo una delle più grandi eredità del Concilio che illuminano l’oggi di ogni comunità cristiana perché solo attraverso questo “collirio della commozione” possiamo veramente “avvicinarsi agli altri” fino a “conoscerne e a condividerne le debolezze e i limiti”.

 I poveri, e vengo al secondo elemento, sono un frutto di quello splendido “lavoro artigianale” che è l’arte della solidarietà. Ho molto apprezzato questa espressione – lavoro artigianale – che ritorna in più occasioni nel volume. Il lavoro artigianale mi fa pensare alla bottega di Giuseppe, ha un lavoro paziente e lungo, un lavoro essenzialmente artistico e non industrializzato, un lavoro in cui non c’è alienazione, ma in cui svetta l’amore e la salvaguardia ad ogni costo della dignità umana.

Il rapporto tra la comunità di Sant’Egidio e i poveri è noto in tutto il mondo. Forse è l’opera più conosciuta. E sembra quasi un paradosso: aiutare gli invisibili, vi rende visibili al mondo. Ma forse sarebbe più giusto dire: vi rende visibili agli occhi di Dio e, al tempo stesso, attraverso i poveri riuscite a vedere la grandezza del Padre. C’è un’espressione di Andrea Riccardi che mi ha molto colpito e che fornisce un significato ancor più profondo al rapporto con i poveri:

“Il povero è trasfigurante: questo l’ho vissuto davvero salta via la barriera tra disabile e abile, tra vecchio e giovane, tra straordinarietà e ordinarietà, tra potere e debolezza, tra fragilità e forza. (…) Allo stesso tempo dal povero emana una luce e lui stesso trasfigura chi lo aiuta. I poveri infatti sono trasfiguranti. Fanno scoprire che il limite può essere superato. La trasfigurazione dei poveri rivela anche la loro forza particolare”.  Penso che siano parole estremamente importanti, che delineano un orizzonte di fede profondo e non solo una dimensione sociale. Una dimensione che si è incarnata in tanti uomini e donne sconosciute che ci hanno preceduto nel Regno dei Cieli e anche in alcune figure note al mondo cattolico e molto care alla Comunità di Sant’Egidio. Mi riferisco, in particolar modo, a Mons. Romero. Un martire dei nostri tempi e una testimonianza di fede indelebile che ha molto influenzato Sant’Egidio perché ha inciso nella società e si è radicato “in mezzo ai poveri”.

            Chi sono i poveri oggi? È questa una domanda che mi sono posto tante volte in questi anni. Perché cambiano l’angolo visuale del nostro sguardo, mutano anche i tipi di povertà. E scopriamo i poveri sempre più poveri, scarti umani dimenticati da tutti che vivono nelle periferie del mondo moderno. Papa Francesco ha coniato questa espressione ormai celebre: “periferie esistenziali” per identificare la vasta gamma di povertà e miserie che vivono dentro l’anima e nel corpo degli uomini. E le periferie sono anche uno dei punti di partenza dell’azione missionaria della Comunità di Sant’Egidio ormai tanti anni fa tra le borgate romane. “Andavamo a Primavalle, nella periferia di Roma” dice Riccardi tra operai, donne di servizio, piccoli criminali e gente che viveva di espedienti. Questi missionari venivano definiti “gli angeli in lambretta” in una Roma che “aveva angoli da terzo mondo”. Oggi, però, afferma sempre Riccardi “parlerei di altri Sud”. L’africa, il Sud America, Il Medio Oriente. È in questi Sud del mondo – ma non solo in questi luoghi – che risuona forte, fortissimo, il terzo e ultimo elemento che avevo prima anticipato: la pace. La guerra in Siria sta mostrando al mondo intero l’orrore della guerra: un Paese distrutto, città devastate, 5 milioni e mezzo di profughi. Il mondo occidentale sembra guardare questa tragedia con indifferenza e paura. L’indifferenza di chi vive lontano e al sicuro dalle zone di guerra; la paura dei profughi che possono “invadere” e distruggere il quotidiano status di benessere.

Eppure, l’impegno per la pace ci riguarda profondamente come cristiani e non possiamo far finta di niente. Il cristiano è un “uomo di pace”‚ non un “uomo in pace”: fare la pace è la sua vocazione». Così scriveva don Primo Mazzolari nel 1955 in uno dei suoi libri più celebri, Tu non uccidere, con cui esortava i cristiani ad essere davanti a tutti nello sforzo comune ver­so la pace: «davanti per vocazione, non per paura».

A me sembra che questa preziosa eredità di don Mazzolari sia confluita, attraverso i fiumi carsici della storia, nell’esperienza di Sant’Egidio. Il nostro “impegno per la pace”, dice infatti Riccardi, ha un unico modello, “quello espresso dalla beatitudine evangelica con cui Gesù tesse l’elogio degli operatori di pace”, e un unico punto di forza quello di “essere una “forza debole”, capace “di persuadere, di convincere più che di vincere gli interlocutori”. L’impegno per la pace in Libano, in Mozambico e in molte altri parti del mondo ha messo in luce quella che l’allora cardinal Bergoglio definì una “diplomazia artigianale”, nutrita “di impegno evangelico” e caratterizzata dalla “gratuità”. L’impegno per la pace, infine, è anche lo “spirito di Assisi” che Giovanni Paolo II riuscì a intuire per primo e Sant’Egidio fu al suo fianco. Papa Wojtyla aveva capito che la forza spirituale delle religioni può essere una sorgente di pace tra i popoli e che il dialogo non è una forma di debolezza ma di forza. Papa Francesco oggi molto spesso parla di costruire ponti e di abbattere i muri. Un tema questo a me molto caro, che non solo presenta delle venature lapiriane ma attribuisce alla costruzione di luoghi di dialogo e di pace un’importanza cruciale dal punto di vista culturale, spirituale e politico. La pace, infatti, com’è noto, non è solo assenza di guerra, ma è qualcosa di molto più profondo, che tocca il cuore dell’uomo e che si riverbera in ogni dimensione della vita delle persone. Mi sento di condividere Andrea Riccardi quando dice che “la pace è quel minimo vitale di giustizia che si deve ad ogni popolo perché senza la pace ogni ingiustizia è possibile”.

Cari amici e care amiche, a me sembra, che questi tre elementi che ho brevemente tratteggiato siano tenuti insieme da un unico filo comune che a me piace delineare come lo “sguardo del samaritano”: è lo sguardo di chi vede il mondo nella sua reale e concreta quotidianità senza lasciarsi illudere da una serie di formulazioni ideali o astratte; è lo sguardo di colui che vede la sofferenza e non gira la testa dall'altra parte; e infine è lo sguardo di chi accoglie e si prende cura.




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