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  11/03/2018 13:18


Discorso del Cardinale Gualtiero Bassetti alla presentazione del libro di Padre Enzo Fortunato Francesco il ribelle. Il linguaggio, i gesti e i luoghi di un uomo che ha segnato il corso della storia



Francesco il ribelle. Il linguaggio, i gesti e i luoghi di un uomo che ha segnato il corso della storia. Mi sono chiesto anch’io, come tanti, il significato di un altro libro, nella già vastissima bibliografia su san Francesco; se lo è chiesto pure il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, che firma la prefazione. «La risposta» scrive il cardinale Parolin «è che questo lavoro di Enzo Fortunato ha una sua caratterizzazione specifica. Si potrebbe dire che si tratta di una lettura ecclesiale del santo di Assisi. Perché non c’è dubbio sul fatto che Francesco sia anzitutto un uomo di Chiesa, fedele al Papa, e che la Chiesa cattolica si misuri costantemente con l’eredità evangelica del Santo di Assisi».

Un confronto più che mai vivo oggi che un Papa ha assunto consapevolmente, e coraggiosamente, di assumere il nome di Francesco, «mentre la Chiesa cerca ogni giorno di compiere quel cammino “in uscita”» chiestole appunto da questo Papa.  

Il libro spiega la natura della “ribellione” di san Francesco, che consiste nella stessa obbedienzaTutto sta nel capire l’esatta portata dei termini. Ribellione e obbedienza: è lo stesso paradosso che incarna Gesù Cristo, quando tiene testa ai benpensanti, i burocrati della gerarchia e della élite di allora, per obbedire alla Legge del Padre suo: non per far legge per conto proprio o per fondare una casta o una setta o un partito (neppure un ordine religioso, nel caso di Francesco, ma solo una fraternità!), perché «neppure uno iota della Legge vada perduto». Come quello di Gesù Cristo, «il sogno di Francesco è insieme il sogno di una modernità nel segno del Vangelo». Una modernità che è l’eterno presente della Parola, incarnata nell’azione, nell’andare per il mondo». L’Italia dei Comuni stava generando una sensibilità nuova ed è all’interno di questa, vivendola appieno ma anche superandola, che Francesco vive la sua esperienza dilagante [p. 7]. Lo dimostrano l’arte e la poesia, che subito gli danno spazio, cominciando da Cimabue-Giotto e da Dante. Persino il linguaggio di Francesco è rivoluzionario: è volto ad annullare gli antagonismi di una società basata sul potere e la forza delle relazioni familiari. Dalle fonti emerge la grande diffidenza del Santo verso espressioni che implicano il predominio o presuppongono uno stato d’inferiorità di talune persone. Francesco aborrisce parole come maestro e magnate ma anche superiore e priore. Come anche abate e abbaziaLo prescrive nella Regola: «E nessuno sia chiamato priore, ma tutti siano chiamati semplicemente frati minori. E l’uno lavi i piedi all’altro». Mentre abbazia si riferisce alle “pertinenze dell’abate”, al “suo” territorio, la parola convento richiama il convenire, lo stare insieme, il luogo da cui ripartire. Diventano positive parole come fratello, fraternità e minore, piuttosto che superiore. Negli scritti di Francesco, ci insegna padre Enzo, la parola più usata è fratello. Il termine per indicare il responsabile di un gruppo di conventi non è superiore, ma custode, e il guardiano di un convento è colui che “guarda” l’altro nel senso che se ne prende cura.

In linea con il Vangelo e in perenne ascolto dialogante (mai scontato!) della parola del Signore, la ribellione di Francesco è anche quella della perfetta caritàIl chiostro di Francesco è il mondo e lui rompe con ogni luogo chiuso, con ogni forma di divisione. Il suo verbo è andare verso e non aspettare. Sotto molti aspetti, “rompe” persino con le indicazioni di altri santi come Agostino, Bernardo, Benedetto. Scrive Giorgio Agamben in un libro dedicato a Francesco [p. 40] che chi segue la regola non si obbliga, come avviene nel diritto, al compimento di singoli atti, ma mette in questione il suo modo di vivere, la sua stessa forma vivendi. Una «forma di vita», come scrive san Bonaventura. Alla regola si aderisce integralmente: forma e sostanza sono tutt’uno. Per Francesco, come per Cristo, la legge è la vita, e viceversa. «Il Signore mi ha detto che questo egli voleva: che io fossi nel mondo un “novello pazzo”». Un pazzo, sì, ma per annunciare la follia del Vangelo nelle piazze e, diremmo oggi con il linguaggio del “nostro” Francesco attuale, nelle periferie del mondo. Naturalmente bisogna intendersi sul significato di questa follia. Questo è appunto il valore e il significato del libro, dove i termini follia e ribellione vengono abbinati a sinonimi che non risulterebbero neppure nei migliori dizionari: obbedienza, allegria, docilità, mansuetudine. E dove sta lo snodo? Nella parola del Signore, che ci insegna questa stessa associazione, apparentemente contraddittoria. Chi segue il Vangelo, come Francesco, l’alter Christus per eccellenza, è al tempo stesso libero e obbediente, ribelle e docile, folle e appagato 

Sono molti i gesti di rottura, più o meno plateali: la rottura con la mondanità e le feste, l’abbraccio dei lebbrosi, il rifiuto della mentalità mercantile rappresentata a un certo punto dal padre. Nel rapporto con il Papato, la rivoluzione di Francesco è il non accontentarsi e l’andare oltre, anche qui per “andare verso”: è la ricerca appassionata del senso autentico che il cristianesimo incarnato rischia di smarrire; ma Francesco tradirebbe se stesso e il suo stesso percorso, se andasse anche contro la Chiesa. Perciò insiste con il confronto e lo spirito di obbedienza. In realtà, ammonisce l’autore, Francesco è ribelle contro il suo tempo che sta volgendo verso l’individualismo e la “società dell’avere”, non contro la Chiesa e neppure contro la gerarchia. È un Francesco che già da giovanissimo, agiato, canterino, scanzonato, entra in conflitto interiore e non fa nulla per mascherarlo; scaccia il mendicante che era entrato nella bottega paterna e poi si pente e prova acuto rimorso; pratica una prodigalità estrema, impulsiva; con i lebbrosi si converte, anzi si lascia travolgere, andando dalla ripulsa allo slancio. Non è certo uno che si maschera o si tira indietro, non è uno che ama le mezze misure; per lui cavalleria e cortesia non significano ipocrisia, anzi vengono portate alle estreme conseguenze. È il ragazzo che quando sente parlare dell’amore di Dio prova un intimo turbamento, un rimescolamento; per lui, pur essendo colto, non era certo un fatto formale o letterario l’innamoramento e lo sposalizio con Madonna Povertà. Impugna le armi Francesco, da giovanissimo, pensando di spendersi per una buona causa, ma anche lì riesce a dar prova del suo temperamento quando, in carcere, con la sua predisposizione alla gioia riesce a sciogliere il cuore di «un cavaliere superbo, un caratteraccio insopportabile», che tutti cercano di emarginare. La pazienza di Francesco non si spezza e, a furia di sopportare quell’intrattabile, riesce a ristabilire la pace fra tutti (lo narra Tommaso da Celano) 




Allegato:
DISCORSO PRESIDENTE CEI BASSETTI - Presentazione LIBRO Francesco il Ribelle.docx


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