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  14/09/2017 17:37


Il cardinale Gualtiero Bassetti: Don Pino Puglisi «un figlio della Chiesa che parla e che non sta in silenzio, che non si inchina davanti alle case dei mafiosi». Nell’80° anniversario della nascita del beato don Giuseppe Puglisi (1937-2017), martire della mafia, la riflessione del presidente della Cei nel suo editoriale de «L’Osservatore Romano»



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«Bisogna essere chiari su un punto. La mafia non è una criminalità comune, ma un’organizzazione feroce e, al tempo stesso, una forma di ateismo che si colora di tinte neopagane e di blasfeme citazioni cristiane. La mafia è inequivocabilmente fonte di morte. Morte della società, morte del territorio, morte dell’anima delle persone». Lo scrive il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, nel suo editoriale de «L’Osservatore Romano», in edicola venerdì 15 settembre e già consultabile sul sito www.osservatoreromano.va, dedicato alla figura del beato don Pino Puglisi in occasione dell’80° anniversario della sua nascita (15 settembre 1937 - 15 settembre 2017) avvenuta nel quartiere Brancaccio di Palermo. «Cinquantasei anni più tardi, nel 1993, proprio nel giorno del suo compleanno – scrive il cardinale Bassetti –, padre Puglisi - sacerdote nello stesso rione che lo avevo visto nascere - veniva ucciso dalla mafia con un colpo alla nuca. Un’esecuzione fredda compiuta in odio alla fede. Don Pino, infatti, come ammise uno dei suoi killer, era diventato una “spina nel fianco” del sistema malavitoso perché “predicava, predicava, prendeva i ragazzini e li toglieva dalla strada”. Una “felice colpa” che nel 2013 lo ha fatto diventare beato e primo martire della Chiesa ucciso dalla mafia».

Il presidente della Cei, che sarà il 15 settembre a Palermo per la ricorrenza degli 80 anni della nascita di questo martire e nel 24° anniversario del suo martirio, evidenzia nell’editoriale che le parole «pronunciate dai Pontefici sulla mafia sono chiarissime e non hanno bisogno di dotte interpretazioni teologiche. Vanno semmai imparate a memoria. Dal grido imperioso e solenne di Giovanni Paolo II il 9 maggio 1993 ad Agrigento - quando, a braccio, intimò ai mafiosi “Convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!” - alle parole nettissime di Francesco che a Sibari, il 21 giugno 2014, disse non solo che la malavita “è adorazione del male e disprezzo del bene comune” ma che, soprattutto, quegli uomini che “vivono di malaffare e di violenza” non sono in comunione con Dio e quindi “sono scomunicati”».

«Sarebbe riduttivo, però, come ha scritto padre Bartolomeo Sorge – prosegue il porporato –, definire don Puglisi solo come un “prete antimafia”, perché egli è stato molto di più. Innanzi tutto, un sacerdote. Un prete palermitano che si è fatto annunciatore del Vangelo con semplicità e purezza di cuore. Benché non fosse un religioso, tutti lo chiamavano “padre”. E padre è veramente stato per moltissime persone: per i seminaristi, per i parrocchiani, per i poveri, per i suoi giovani. I giovani erano il suo tesoro. Un tesoro da custodire e soprattutto da preservare dagli inganni suadenti e dalle scorciatoie promesse dai malavitosi. In una terra di miseria e disoccupazione, Puglisi intuì che era fondamentale fornire dignità ai poveri partendo dall’educazione».

«Puglisi è stato un prete che “abitava il territorio” – sottolinea il cardinale Bassetti –. Abitava le periferie, viveva le frontiere. In quelle frontiere don Pino viveva quotidianamente. Abitava la frontiera senza paura. Perché la paura porta alla morte, il coraggio porta alla vita. Padre Puglisi è stato un prete che faceva paura alla mafia perché predicava l’amore nei territori dominati dalla malavita e smascherava l’orrore, la menzogna e la blasfemia che si celava dietro al codice d’onore mafioso».

«Padre Puglisi – conclude il presidente della Cei – è stato infine un figlio della Chiesa che parla e che non sta in silenzio, che non si inchina davanti alle case dei mafiosi, ma che si inginocchia davanti a Gesù Cristo crocifisso, di una Chiesa che dichiara pubblicamente: con la mafia non si convive. Sì, la mafia lo ha ucciso, ma ha perso. Don Pino invece ha vinto e la sua vita è per tutti un esempio».




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